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Trovo queste pagine di Levi veramente belle e voglio dedicarle alla mia professoressa di Italiano, Flora Monteforte. Già dal tempo del liceo volevo dedicarle delle pagine di letteratura che avessero come protagonista una donna che portasse il suo nome; oggi dopo trentatré anni ho trovato per fortuna queste bellissime pagine di Levi per cui sono felice di ricordare la mia professoressa Monteforte in memoria degli anni del liceo e del suo insegnamento corretto e costante.

La salute pubblica era eccellente, e i clienti della infermeria erano pochi e sempre gli stessi: qualcuno coi foruncoli, i soliti malati immaginari, qualche scabbia, qualche colite. Si presentò un giorno una donna, che accusava disturbi vaghi: nausea, mal di schiena, vertigini, vampe di calore. Leonardo la visitò: aveva lividi un po' dappertutto, ma disse di non farci caso, era rotolata per le scale. Coi mezzi a disposizione non era facile una diagnosi molto approfondita, ma, per esclusione, e dati anche i numerosi precedenti fra le nostre donne, Leonardo dichiarò alla paziente che si trattava molto probabilmente di una gravidanza al terzo mese. La donna non manifestò gioia né angoscia né sorpresa né indignazione: accettò, ringraziò, ma non se ne andò. Tornò a sedere sulla panchina nel corridoio, zitta e tranquilla, come se aspettasse qualcuno.
Era una ragazza piccola e bruna, sui venticinque anni, dall'aria casalinga, sottomessa e trasognata: il suo viso, non molto attraente né molto espressivo, non mi riusciva nuovo, e così pure la sua parlata, dalle gentili inflessioni toscane. Certamente dovevo già averla incontrata, ma non a Staryje Doroghi. Provavo la evanescente sensazione di uno sfasamento, di una trasposizione, di una importante inversione di rapporti, che peraltro non riuscivo a definire. In modo vago eppure insistente, a quella immagine femminile ricollegavo un nodo di sentimenti intensi: di ammirazione umile e lontana, di riconoscenza, di frustrazione, di paura, perfino di astratto desiderio, ma principalmente di angoscia profonda e indeterminata. Poiché continuava a rimanere sulla panchina, quieta e ferma, senza alcun segno di impazienza, le chiesi se le occorresse qualcosa, se avesse ancora bisogno di noi: l'ambulatorio era finito, altri pazienti non c'erano, era ora di chiudere. - No, no, - rispose: - non ho bisogno di niente. Adesso me ne vado.
Flora! La reminiscenza nebulosa prese corpo bruscamente, si coagulò in un quadro preciso, definito, ricco di particolari di tempo e luogo, di colori, di stati d'animo retrospettivi, di atmosfera, di odori. Era Flora, quella: l'italiana delle cantine di Buna, la donna del Lager, oggetto dei sogni miei e di Alberto per più di un mese, simbolo inconsapevole della libertà perduta e non più sperata. Flora, incontrata un anno prima, e sembravano cento. Flora era una prostituta di provincia, finita in Germania con l'Organizzazione Todt. Non sapeva il tedesco e non conosceva alcun mestiere, così era stata messa a spazzare i pavimenti della fabbrica di Buna. Spazzava tutto il giorno, straccamente, senza scambiare parola con nessuno, senza sollevar gli occhi dalla ramazza e dal suo lavoro senza fine. Sembrava che nessuno si curasse di lei, e lei, quasi temesse la luce del giorno, saliva il meno possibile ai piani superiori: spazzava interminabilmente le cantine, da cima a fondo, e poi ricominciava, come una sonnambula. Era la sola donna che vedessimo da mesi, e parlava la nostra lingua, ma a noi Haftlinge era proibito rivolgerle la parola. Ad Alberto e a me sembrava bellissima, misteriosa, immateriale. Malgrado il divieto, che in qualche modo moltiplicava l'incanto dei nostri incontri aggiungendovi il sapore pungente dell'illecito, scambiammo con Flora qualche frase furtiva: ci facemmo riconoscere come italiani, e le chiedemmo del pane. Lo chiedemmo un po' a malincuore, consci di avvilire noi stessi e la qualità di quel delicato contatto umano: ma la fame, con cui è difficile transigere, ci imponeva di non sprecare l'occasione. Flora ci portò il pane, a più riprese, e ce lo consegnava con aria smarrita, negli angoli bui del sotterraneo, tirando su le lagrime dal naso. Aveva pietà di noi, e avrebbe voluto aiutarci anche in altri modi, ma non sapeva come ed aveva paura. Paura di tutto, come un animale indifeso: forse anche di noi, non direttamente, ma in quanto personaggi di quel mondo straniero e incomprensibile che l'aveva strappata dal suo paese, le aveva cacciato una scopa in mano, e l'aveva relegata sotto terra, a spazzare pavimenti già cento volti spazzati. Noi due eravamo sconvolti, riconoscenti e pieni di vergogna. Eravamo divenuti improvvisamente consapevoli del nostro aspetto miserabile, e ne soffrivamo. Alberto, che sapeva trovare le cose più strane perchè girava tutto il giorno con gli occhi al suolo come un segugio, trovò chissa dove un pettine, e lo regalammo solennemente a Flora, che aveva i capelli: dopo di che ci sentimmo legati a lei da un legame soave e pulito, e la sognammo di notte. Perciò provammo un disagio acuto, un assurdo e impotente impasto di gelosia e di disinganno, quando l'evidenza ci costrinse a sapere, ad ammettere a noi stessi, che Flora aveva convegni con altri uomini. Dove e come, e con chi? Nel luogo e nei modi meno adorni: poco lontano, sul fieno, in una conigliera clandestina, organizzata in un sottoscala da una cooperativa di Kapos tedeschi e polacchi. Bastava poco: una strizzata d'occhio, un cenno imperioso del capo, e Flora deponeva la scopa e seguiva docilmente l'uomo del momento. Ritornava sola, dopo pochi minuti; si riassettava le vesti e riprendeva a spazzare senza guardarci in viso. Dopo la squallida scoperta, il pane di Flora ci seppe di sale ma non per questo smettemmo di accettarlo e mangiarlo. Non mi feci riconoscere da Flora, per carità verso di lei e verso me stesso. Di fronte a quei fantasmi, al me stesso di Buna, alla donna del ricordo ed alla sua reincarnazione, mi sentivo cambiato, intensamente <<altro>>, come una farfalla davanti a un bruco. Nel limbo di Staryje Doroghi mi sentivo sporco, stracciato, stanco, greve, estenuato dall'attesa, eppure giovane e pieno di potenze e rivolto verso l'avvenire: Flora, invece, non era cambiata. Viveva ora con un ciabattino bergamasco, non coniugalmente, ma come una schiava. Lavava e cucinava per lui, e lo seguiva guardandolo con occhi umili e sottomessi; l'uomo, taurino e scimmiesco, sorvegliava ogni suo passo, e la picchiava selvaggiamente ad ogni ombra di sospetto. Di qui i lividi di cui era coperta: era venuta in infermeria di nascosto, e ora esitava a uscire incontro alla collera del suo padrone.

Dal libro "La Tregua" di Primo Levi XIII Capitolo.

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